Sostenibilità cooperativa: dalle buone pratiche a un metodo condiviso
Misurare ciò che le cooperative fanno già, per renderlo visibile e utile alle scelte di tutti. È questo il senso del seminario “ESG & cooperazione“, ospitato a Milano nella sede di Confcooperative Lombardia. La sigla ESG indica i tre ambiti su cui oggi si valuta la sostenibilità di un’impresa, cioè l’ambiente (Environmental), l’impatto sociale (Social) […]
Misurare ciò che le cooperative fanno già, per renderlo visibile e utile alle scelte di tutti. È questo il senso del seminario “ESG & cooperazione“, ospitato a Milano nella sede di Confcooperative Lombardia. La sigla ESG indica i tre ambiti su cui oggi si valuta la sostenibilità di un’impresa, cioè l’ambiente (Environmental), l’impatto sociale (Social) e la qualità della governance, ovvero il modo in cui l’impresa è guidata e prende le decisioni. Al centro dell’incontro c’era la ricerca “Sostenibilità cooperativa”, realizzata da Confcooperative Bergamo e Università degli Studi di Bergamo, che propone 30 indicatori pensati appositamente per le imprese cooperative. L’obiettivo è dotarle di uno strumento comune per descrivere e confrontare i propri risultati in questi tre campi, evitando di applicare in modo meccanico criteri nati per altri modelli d’impresa.
Il cuore della giornata è stata la tavola rotonda sulle politiche regionali per la sostenibilità e sul ruolo dell’economia sociale, moderata da Michele Pasinetti, vicepresidente e segretario generale di Confcooperative Brescia. Hanno preso parte al confronto l’assessore all’Ambiente e Clima di Regione Lombardia Giorgio Maione, il vicepresidente di Fondazione Lombardia per l’Ambiente Paolo Aliprandi, la dirigente della DG Sviluppo Economico regionale Maria Carla Ambrosini e il presidente di Confcooperative Lombardia Massimo Minelli. Le conclusioni sono state affidate al presidente di Confcooperative Bergamo Lucio Moioli.
Il filo conduttore proposto da Pasinetti è stato chiaro. Le cooperative fanno sostenibilità da sempre, spesso senza chiamarla così, perché la cura delle persone, l’attenzione al territorio e la partecipazione dei soci fanno parte della loro natura. Ma ciò che resta implicito, che non viene raccontato né misurato, finisce per non contare quando si prendono decisioni, che si tratti di accedere a un finanziamento, di partecipare a un bando o di orientare le politiche pubbliche. Per questo le singole esperienze, per quanto valide, non bastano. Serve un metodo, cioè un modo condiviso di leggere e rendicontare le buone pratiche, che produca dati confrontabili tra una cooperativa e l’altra e nel tempo. Solo così quelle pratiche diventano un modello riconoscibile, capace di dialogare con le istituzioni e di offrire al decisore pubblico elementi concreti su cui basare le proprie scelte. Non si tratta di aggiungere un adempimento burocratico, ma di creare le condizioni per passare da iniziative isolate a un cambiamento strutturale.
In questa prospettiva le cooperative sono chiamate a fare rete. Significa costruire un ecosistema in cui le singole realtà adottano un approccio comune, si confrontano sugli stessi indicatori e si rafforzano a vicenda, invece di procedere ciascuna per conto proprio. Dal confronto è emerso anche un punto di fondo, ossia che non esiste una vera sostenibilità economica se non è accompagnata da quella sociale e da una buona governance. Un’impresa che produce utili ma impoverisce il territorio o esclude le persone dalle decisioni non è sostenibile nel lungo periodo.
È proprio su questo terreno che la cooperazione è naturalmente forte. La democrazia interna, per cui ogni socio partecipa alle scelte, la centralità delle persone rispetto al capitale e il legame stretto con le comunità locali sono elementi costitutivi del modello cooperativo. A questi si aggiungono esperienze come le comunità energetiche, in cui cittadini e imprese producono e condividono energia rinnovabile, e le filiere corte, che avvicinano chi produce a chi consuma riducendo passaggi e impatto ambientale.
Questa forza, però, va dimostrata e valorizzata, e per farlo serve anche un cambio culturale, dentro e fuori il movimento. Dentro, perché le cooperative imparino a rendicontare con rigore ciò che fanno, trasformando il proprio impegno in dati leggibili. Fuori, per superare una narrazione che spesso relega la cooperazione ai margini dell’economia “vera”, quando invece ne rappresenta un modello possibile, capace di tenere insieme lavoro, persone, territorio e ambiente.
Matteo Gatto