Turni notturni nelle comunità: un nodo da sciogliere

Turni notturni nelle comunità: un nodo da sciogliere

Nelle comunità residenziali il personale educativo garantisce la presenza notturna con la formula della «notte passiva»: permanenza in struttura, riposo possibile, intervento solo in caso di necessità. Finora è stato inquadrato come tempo non computato come orario di lavoro effettivo con una disciplina e un’indennità specifiche. Sono servizi con una lunga storia: le comunità educative […]

Nelle comunità residenziali il personale educativo garantisce la presenza notturna con la formula della «notte passiva»: permanenza in struttura, riposo possibile, intervento solo in caso di necessità. Finora è stato inquadrato come tempo non computato come orario di lavoro effettivo con una disciplina e un’indennità specifiche.

Sono servizi con una lunga storia: le comunità educative sono nate come alternativa agli istituti e, in molti territori, sono cresciute con il contributo della cooperazione sociale. Rispondono a un bisogno che non si riduce: quello di bambini e ragazzi in condizione di disagio, di famiglie fragili, di minori stranieri soli, che hanno diritto a una risposta qualificata e continua, anche di notte.

Questo assetto è oggi in discussione. Due pronunce della Cassazione tendono a ricondurre la presenza in struttura all’orario di lavoro e il rinnovo del CCNL potrebbe recepirlo. Le notti passive diventerebbero orario retribuito, con un aumento rilevante del costo del lavoro per servizi la cui retta, fissata da tariffe e standard regionali, non è stata costruita su questa base. Pesa anche la scarsità di personale educativo qualificato: il rischio è la sostenibilità dei servizi.

La questione va oltre le notti. In un welfare maturo, la contrattualistica del lavoro, che tutela i diritti dei lavoratori, e quella pubblica, che affida al terzo settore funzioni pubbliche, dovrebbero stare dentro una programmazione socioeconomica coerente con gli obiettivi di politica sociale. Se evolvono separatamente, il costo dell’adeguamento ricade sui gestori.

A titolo di esempio, sul piano nazionale una via da esplorare, se Centrali cooperative e sindacati riterranno di percorrerla, è sollecitare la disponibilità del Governo ad aprire in Conferenza Unificata un confronto su LEA sociosanitari, LEPS e risorse. Sul piano regionale è ipotizzabile una modifica degli standard che consenta, per le ore notturne, previo stanziamento di risorse, l’impiego di personale formato e con esperienza anche in assenza di titolo educativo specifico, ferme le garanzie di qualità.

Per condividere un quadro dei costi, le cooperative sociali bresciane che gestiscono comunità per minori e per minori stranieri non accompagnati sono convocate il 30 ottobre alle 14. Per dipendenze e CSS per le persone disabili la questione segue un percorso parallelo con l’Assessorato regionale al Welfare. L’incontro servirà a raccogliere i dati e a definire una posizione comune in vista del confronto con l’Assessorato regionale alla Famiglia e Solidarietà Sociale.

Massimo Olivari