Donne che ricominciano dal lavoro: un ponte, non un approdo

Donne che ricominciano dal lavoro: un ponte, non un approdo

Un’impresa si accorge che una sua lavoratrice vive una violenza. Diventa una sentinella, ma non sa cosa fare né a chi rivolgersi: i centri antiviolenza ci sono, ma tra l’accorgersi e l’agire c’è un vuoto che le imprese ci hanno raccontato. È di questo vuoto che si è parlato, a Breno, nella giornata promossa dalla […]

Un’impresa si accorge che una sua lavoratrice vive una violenza. Diventa una sentinella, ma non sa cosa fare né a chi rivolgersi: i centri antiviolenza ci sono, ma tra l’accorgersi e l’agire c’è un vuoto che le imprese ci hanno raccontato.

È di questo vuoto che si è parlato, a Breno, nella giornata promossa dalla Provincia di Brescia con i servizi per l’impiego sull’inclusione lavorativa delle donne che escono dalla violenza, a cui Confcooperative Brescia ha partecipato come partner. Sono intervenuti i centri antiviolenza e lo sportello Donne e Lavoro, la Consigliera di Parità, chi spiega alle imprese gli incentivi. Nel tratto in cui l’accoglienza deve diventare autonomia si è inserito il Protocollo d’intesa per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, presentato da Valentina Ramaschiello, responsabile progettazione e sviluppo della nostra Associazione: promosso da Confcooperative Brescia con la Camera di Commercio, è stato firmato un anno fa, l’8 ottobre, da molte associazioni d’impresa.

La prima idea, illustrata da Ramaschiello, è un rovesciamento di sguardo. Siamo abituati a pensare l’inclusione con la grammatica del soccorso: una persona con un limite, un’impresa a cui chiedere un gesto di generosità. Il protocollo rifiuta questa grammatica, perché non è un approccio valoriale. Parte da un fatto: nove imprese manifatturiere su dieci dichiarano di non trovare le persone che cercano. Forse le cercano nel canale sbagliato. Il paradigma cambia perché si parte dal bisogno dell’impresa e non dalla persona da collocare.

La seconda idea riguarda la parola “svantaggio”. Nel mercato del lavoro di oggi la fragilità non è il tratto di alcuni, ma una condizione che attraversa tutte le biografie. Lo svantaggio dice allora più dei filtri con cui il mercato seleziona che delle persone che restano fuori. E il filtro pesa in modo particolare sulle donne. In una provincia dove il lavoro è pilastro della cultura collettiva, molte non lavorano e neppure cercano. Per chi esce dalla violenza questa distanza pesa il doppio: la violenza economica, la più sottile e la più difficile da dimostrare, sottrae reddito prima ancora che serenità, e molte hanno sempre lavorato in casa, dove il lavoro non risulta. Il lavoro è allora la condizione materiale dell’autonomia: senza un reddito proprio, l’uscita dalla violenza resta sulla carta. Per questo il protocollo dà un nome alle donne vittime di violenza, pur sapendo che il fenomeno attraversa ogni condizione, dalle operaie alle dirigenti. È un fenomeno di cui bisogna parlare con le parole che esistono, frutto di battaglie lunghe.

La terza idea è che la cooperazione sociale sia un ponte e non un approdo. Il matching si costruisce con i centri antiviolenza, alleati indispensabili. Poi c’è un tirocinio retribuito, un po’ sopra i minimi, che per una donna può essere anche il tempo per ritrovare sicurezza in sé e nelle relazioni. Infine l’assunzione avviene in impresa, che non è lasciata sola: il team che accoglie viene preparato e il tutor diventa un’antenna per le altre fragilità che emergeranno. Le cooperative sociali stanno approfondendo, con competenze specifiche, il tema della violenza di genere. È un servizio fatto di competenze, e le competenze vanno riconosciute e pagate.

Ora si tratta di camminare. La Camera di Commercio ha messo a disposizione un bando, aperto fino a fine anno, per sostenere le imprese che vogliono provare. Servono imprese sensibili e coraggiose, capaci di fare da ambasciatrici. Il banco di prova non sarà la loro generosità, ma la capacità di vedere talento dove prima non guardavano.

Massimo Olivari